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 L’Italia alfabeta. Libri di testo e editoria scolastica tra Otto e primo Novecento
GIORGIO CHIOSSO
Università di Torino

Quaderni del CIRSIL – 6 (2007) - www.lingue.unibo.it/cirsil

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1. Il libro per la scuola come oggetto di ricerca

I libri di scuola sono da tempo oggetto di ricerca in varie parti d’Europa (e non solo) e anche in Italia negli ultimi decenni si sono moltiplicati gli studi in questo specifico ambito di indagine.

Le ragioni dell’interesse verso un genere editoriale tradizionalmente giudicato purtroppo “minore” (basta richiamare, a questo proposito, l’imperfetta conservazione di questo materiale nelle biblioteche, anche in quelle più importanti) sono numerose e giustificate da motivi diversi.

Ragioni legate, in primo luogo, alla storia della scuola e dell’educazione e ai diversi modelli d’insegnamento che si susseguirono nei decenni passati, ma anche ragioni connesse a una più puntuale comprensione dei processi di alfabetizzazione dei ceti popolari e alla diffusione del libro e delle pratiche di lettura, senza trascurare l’incidenza del libro scolastico nelle vicende delle più importanti case editrici nei cui cataloghi solitamente questo genere di produzione ricopriva uno spazio non secondario.

La recente pubblicazione del catalogo delle edizioni scolastiche di Mondadori (Rebellato ed. 2008) dimostra, ad esempio, l’importanza della quota dei testi di scuola rispetto alla produzione generale: tra il 1910 e il 1945 la casa editrice milanese pubblicò infatti 1598 titoli scolastici a fronte dei 3284 della varia, una quota pari a oltre il 30% dell’intero catalogo mondadoriano (ibid.: 10). Dati citati nel saggio introduttivo di M. Galfré).

Se è vero che si tratta di un numero in parte “gonfiato” dalla natura stessa del mercato per la scuola dove la ricorrente revisione dei programmi e la necessità di articolare alcuni testi in rapporto ai differenti tipi di scuola determinano la moltiplicazione delle edizioni di un medesimo testo, è non meno vero che siamo in presenza di un dato di tutto rilievo, che si ritrova anche nei cataloghi di altre case editrici.

Il caso di Bemporad (oggi Giunti editore) offre una autorevole conferma:
il nome dell’editore fiorentino è infatti legato per almeno il 30% dei libri editi in 50 anni di attività editoriale – circa 2 mila – a testi che, dovuti a scrittori più o meno noti, giornalisti e uomini di scuola, testimoniano (come del resto in moltissimi altri casi) una significativa partecipazione del mondo della cultura e anche della politica all’impresa dell’editoria scolastica.

Questa ultima dimensione è stata fin qui quella meno esplorata, anche se gli esempi illustri non mancano: dai libri di lettura di Luigi Capuana e Grazia Deledda alle antologie letterarie di Giosué Carducci e di Giovanni Pascoli, dai testi di matematica di Enriques e Amaldi alle storie della letteratura di Francesco De Sanctis, Francesco Torraca e Attilio Momigliano, dai corsi di storia di Adolfo Omodeo e Giorgio Spini, all’amplissima produzione dei maggiori geografi italiani come Roberto Almagià, Giotto Dainelli, Achille Dardano, Giovanni D’Agostini.

E se si approfondisse il perché di questa militanza nell’editoria scolastica non sarebbe difficile scoprire che accanto a umanissime ragioni economiche, ci furono anche forti motivazioni civili, in primo luogo la convinzione che la scuola rappresentasse una delle vie privilegiate per migliorare la coscienza civile degli Italiani.

Quando si parla di libri di scuola occorre sciogliere in via preliminare due questioni molto importanti sul piano metodologico.
La prima attiene alla fisionomia del libro scolastico: cos’è un libro scolastico e quando esso si configura con le caratteristiche che ci sono oggi familiari (La questione è stata recentemente indagata da A. Choppin (2008: 7-56).

La risposta a questo interrogativo è strettamente associata ai cambiamenti che percorrono la scuola europea e italiana tra fine Settecento e i primi decenni del XIX secolo sia sul piano dell’aumento della frequenza e sia in seguito al graduale e sempre più forte intervento degli Stati in materia di istruzione e di organizzazione scolastica.

Dai libri genericamente e potenzialmente “d’istruzione” (codificati più dall’esperienza che da una superiore autorità statuale) si passa al libro di testo concepito soprattutto come manuale e cioè con un testo predisposto allo scopo di assicurare la conoscenza di un certo ambito del sapere ordinato secondo un canone prestabilito e precisi criteri pedagogici e didattici.

Nell’istruzione irrompe l’autorità dello Stato che nel definire regole e sancire obblighi regola il passaggio da una società pre-moderna, nella quale l’analfabetismo è comunemente tollerato, alla società della modernità che considera l’ignoranza del leggere e dello scrivere quale ostacolo insormontabile per il suo progresso.

Lo Stato si pone come mediatore tra la domanda e l’offerta di scuola: il progetto politico-pedagogico della borghesia liberale di integrare i ceti popolari nella vita sociale, l’esigenza di unificare all’insegna di una identità nazionale” popolazioni dalla storia e dalla lingua molto diverse tra loro e l’uso della scienza pedagogica con forti intenti normativi e regolativi sono alcune delle ragioni del progressivo ordinarsi della scuola entro prassi molto più rigide del passato.

Il libro di scuola assume caratteristiche coerenti a questi cambiamenti ed è perciò sempre più condizionato dal possesso di determinati requisiti che scaturiscono direttamente da norme legislative e disposizioni amministrative (leggi, regolamenti, programmi scolastici) e nei quali si manifesta la concezione politica, sociale e culturale entro cui viene immaginata la funzione della scuola. La relativa varietà di situazioni entro le quali si svolge l’insegnamento del secolo precedente (scuole pubbliche, istituti privati, insegnamento precettorile, apprendimento in forme autodidatte, collegi per i nobili e scuole militari) va sfumando e viene incanalata entro i binari di un modello pedagogico che tende con sempre maggior forza alla uniformità. In funzione di questo obiettivo lo Stato avoca a sé il controllo dei libri di testo per scongiurare, come si legge in un documento del 1880, “un’ampia e sconfinata libertà nell’uso dei libri di testo”, fenomeno che impediva il raggiungimento di “un indirizzo pedagogico uniforme” (Così si esprimeva Pasquale Villari allora a capo di una delle tante Commissioni ministeriali costituite allo scopo di regolare la produzione e la circolazione dei libri scolastici. Riprendo la citazione da un saggio di A. Barausse in Gallina ed. 2009: 49).

Un significativo indicatore a questo proposito riguarda il possesso e l’uso del libro di testo nella scuola elementare. La sua obbligatorietà, che a noi oggi appare scontata, fu l’esito di una tormentata conquista che si prolungò per molto tempo. Ancora per diversi decenni, specie nelle zone più povere, si protrasse nell’Ottocento l’antica consuetudine che gli allievi portassero a scuola il libro di famiglia, già usato dai fratelli maggiori o ceduto da qualche altra famiglia.

La seconda questione riguarda i libri che possono/devono rientrare nella categoria del genere scolastico. Si tratta di una domanda appartenente oziosa perché sembrerebbe del tutto evidente quali sono i libri che impiegati nelle scuole. Ma non è così, come è facile dimostrare con pochi esempi.

Per esempio i “classici” hanno bisogno oppure no di edizioni ad uso scolastico (più o meno purgate) oppure è preferibile il contatto con gli autori in presa diretta? Un intenso dibattito in tal senso si svolge in occasione dell’apparire, dopo il 1860-1870, delle nuove edizioni, filologicamente più corrette di quelle precedenti, dei classici greci e latini.

Inoltre: libri nati fuori della scuola possono essere impiegati come testi scolastici (alcuni esempi: certamente Cuore e Pinocchio, ma anche La storia di un boccone di pane, Le memorie di un pulcino e le Noterelle di uno dei Mille stese dall’Abba, per citare soltanto i casi più clamorosi)?

La questione non riguarda soltanto la scuola elementare: il campo dell’istruzione tecnica si presenta, ad esempio, particolarmente ricco di manuali e testi professionali adattati o adattabili all’uso scolastico (come nel caso, per esempio, di molti manuali Hoepli).

E ancora: è necessario

(come in più circostanze si esprimono numerose circolari ministeriali: Si veda, a titolo d’esempio, la circolare 24 febbraio 1875, n. 422 dovuta al ministro Bonghi che alla questione si dedicò con particolare tenacia. L’insistenza sull’uso dei libri di testo nelle scuole pubbliche nella specifica versione del manuale - in quelle private il Ministero poteva intervenire solo nel caso fossero impiegati “libri nocivi” - si legava alla esigenza di disporre per le adozioni di testi affidabili. Si temeva che gli insegnanti, preparati in modo diverso nelle varie realtà locali e talvolta molto raffazzonato, non di rado ostili o per lo meno diffidenti verso il nuovo assetto politico e spesso incolti, non sarebbero stati da soli in grado di rendere un minimo omogenea e leale nei confronti della nuova situazione la formazione dei giovani italiani se non si fossero appoggiati a manuali autorizzati dal Ministero)

è necessario l’uso del libro di testo o non è più efficace il ricorso agli appunti del docente? E quanti libri sono indispensabili nella scuola elementare?

Allo stato attuale della ricerca lo sterminato territorio del libro scolastico presenta, dunque, accanto ad alcuni punti fermi, molti aspetti ancora da precisare e addirittura spazi inesplorati che soltanto ulteriori e più approfondire ricerche potranno consentire di conoscere.

Le annotazioni che seguono si concentrano in prevalenza sull’editoria per la scuola vista dal punto di vista della produzione e dell’organizzazione editoriale, un ambito nel quale le ricerche condotte all’interno del progetto TESEO tra il 1998 e il 2008 da un gruppo di studiosi appartenenti a svariate università italiane (Bologna, Campobasso, Firenze, Genova, Macerata, Milano Cattolica, Padova, Torino, Udine) hanno consentito di disegnare una mappa abbastanza dettagliata di questo importante segmento di storia educativa, scolastica e culturale del nostro Paese (Gli esiti delle ricerche sono ora raccolti nei due volumi a cura dello scrivente, (Chiosso ed. 2003 e 2008).

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2. Qualche dato statistico sull’editoria per la scuola

Il progetto TESEO ha mirato, in primo luogo, a censire i tipografi, librai ed editori che, attivi in Italia tra l’inizio del XIX secolo e il 1943, hanno pubblicato con una certa regolarità libri destinati alla scuola e al mondo dell’educazione ovvero i libri catalogati come libri d’istruzione e d’educazione nell’apposita sezione del Bollettino bibliografico delle pubblicazioni italiane.

La ricerca ha consentito di schedare 1054 editori:
di questi 719 intrapresero l’attività prima del 1900 e i restanti 335 tra il 1900 e il 1943. Molti di questi editori sono tuttora presenti con i loro marchi nel mercato editoriale.
La progressione delle date di apertura di nuove tipografie, librerie e case editrici impegnate nella produzione di libri scolastici e educativi dimostra che tale genere cominciò ad attrarre un certo interesse (per quanto non esclusivo) a partire dagli anni della Rivoluzione e napoleonici con un successivo e costante sviluppo nei decenni seguenti fino a toccare il punto quantitativamente più alto nei decenni di passaggio tra
l’Otto e il Novecento, per la precisione nel ventennio compreso tra il 1885 e il 1905.

Tale andamento è ovviamente da porre in stretta relazione ai processi di graduale estensione dell’alfabetizzazione e della scolarizzazione che si manifestano nel XIX secolo.

A partire dagli anni ’50-’60 si comincia a trovare un primo, esiguo, nucleo di editori (Paravia, la Tipografia Scolastica di Sebastiano Franco, Loescher a Torino, Paggi, Le Monnier, Barbèra a Firenze) impegnati in modo organico nell’editoria scolastica e, in qualche caso, anche nel genere cosiddetto parascolastico: letture con finalità ricreative, libri premio, piccoli compendi di nozioni utili, manualistica fiancheggiatrice come traduttori e raccolte di temi svolti, carte geografiche e cartelloni murali, guide didattiche per insegnanti.
Gli editori specializzati si moltiplicheranno dopo il 1870 e, nel medesimo tempo, un gran numero di tipografi e librai di provincia si avvicinerà al genere scolastico, avvalendosi in qualità di autori per lo più di insegnanti locali e coltivando piccole nicchie di mercato che spesso non oltrepassano i confini provinciali. Tra gli anni dell’Unità e il 1880 entrano a vele spiegate nel mercato scolastico, accanto agli editori già sopra citati, Petrini, la Tipografia dell’Oratorio di don Bosco, Grato Scioldo a Torino, Agnelli, Trevisini, Hoepli e Vallardi a Milano, Zanichelli a Bologna, Sansoni a Firenze, Morano a Napoli, Giannotta a Catania, Sandron a Palermo, limitando la citazione ai nomi di maggior rilievo.

Nel 1876 apparve, per la prima volta, il Catalogo dei libri scolastici d’educazione e d’istruzione per l’anno scolastico 1876-1877. L’iniziativa era promossa dall’Associazione Tipografico-Libraria Italiana sorta pochi anni prima a Torino in occasione, circostanza non casuale, dello svolgimento di uno dei Congressi pedagogici del tempo. Il catalogo del 1876 costituisce un utile documento per cogliere la geografia delle principali iniziative editoriali per la scuola e l’educazione, ma tace del tutto intorno alla miriade di piccole imprese artigianali che agivano in varie parti d’Italia.

Soltanto le ricerche di questi anni hanno consentito un censimento più compiuto. È proprio sulla base di questi dati è possibile individuare tre principali realtà territoriali.
In un primo gruppo si trovano le quattro regioni con maggior densità di imprese (Lombardia, Toscana, Piemonte e Sicilia) con una percentuale che raggiunge il 59% del totale delle iniziative censite.

La fisionomia della loro presenza sul territorio è connotata in modo tuttavia diverso:
mentre Lombardia (207 imprese) e Sicilia (162) presentano, specie nell’Ottocento, una molteplicità di imprese sparse in forme capillari sull’intero territorio regionale (pur con una significativa concentrazione di iniziative in Milano e Palermo), Piemonte (158) e Toscana (151) sono egemonizzate dalle attività tipografiche e editoriali di Torino e Firenze.

In un secondo gruppo si trovano altre cinque regioni (Campania, Lazio, Veneto, Puglia e Emilia-Romagna, per un totale complessivo di 345 imprese) con una incidenza di presenze editoriali attestata intorno al 30%. Anche in questo caso occorre qualche precisazione: nonostante il numero quantitativamente più ridotto di imprese, in alcune di queste regioni (Campania, Puglia e Emilia-Romagna) sono attivi editori importanti (basta citare, a titolo d’esempio, Morano, Loffredo, Laterza, Zanichelli) che però non hanno subito la forza di competere con le case editrici più forti di Torino, Milano e Firenze e soltanto gradualmente saranno in grado di sviluppare una politica editoriale ad ampio respiro.

Il terzo gruppo, costituito dall’11% residuo delle imprese (pari a 123), risulta frammentato in piccole esperienze sparse tra le restanti regioni.
Una geografia editoriale dunque a macchie di leopardo fatalmente segnata da interessi contrastanti: da una parte gli editori più forti - desiderosi di ampliare il loro raggio d’influenza – e, dall’altra, le piccole attività tipografiche e librarie locali che difendono a denti stretti i loro spazi di mercato. I conflitti, le incomprensioni e le furbizie non mancano e sul Giornale della libreria, l’organo dell’Associazione Tipografico-Libraria Italiana, ricorrono frequentemente lagnanze e proteste contro l’invadenza degli editori maggiori che con metodi più o meno ortodossi (e spesso attraverso la pratica degli sconti) si fanno strada anche nelle zone più remote del Paese.
Quali sono i punti forti delle strategie editoriali? Certamente la scuola elementare e quella secondaria classica (seguono i manuali per le scuole d’istruzione tecnica e quelli per l’istruzione degli adulti e le scuole professionali), se si guarda alle tipologie di scuole.
Se lo sguardo si posa invece sulla tipologia dei testi pubblicati, gli interessi principali degli editori si rivolgono soprattutto verso l’area umanistica (italiano, lingue classiche, storia, geografia, filosofia, lingue straniere) in misura pari al 58% per quanto riguarda il XIX secolo e al 50,7% per il periodo compreso tra il 1900 e il 1943. L’ambito dell’istruzione scientifica, tecnica e tecnologica (matematica, scienze naturali, chimiche e fisiche, materie tecnologiche, stenografia e dattilografia) risulta minoritario, oscillando tra un quinto e poco meno di un quarto del totale (21,4% per l’Ottocento e 23,1% per il primo Novecento).

È inoltre presente una marcata attenzione riservata alla produzione dei testi di pedagogia da ricondurre, oltre che ai manuali per le scuole normali (e dal 1923 per gli istituti magistrali) ai numerosi libri di didattica destinati agli insegnanti elementari. Non si registra, infine, un’apprezzabile variazione di interesse verso la sezione dei libri per l’istruzione catechistica e religiosa – per lo meno sul piano quantitativo (diverso è il discorso se si esamina la produzione nel dettaglio specifico) – nonostante la reintroduzione di questo insegnamento nel 1923 nella scuola elementare e nel 1930 ad ogni livello scolastico (Tutti i dati riportati in questo paragrafo sono tratti dall’analisi riassuntiva e statistica che si trova alle pp. CXXIX-CXXXIV di TESEO ’900 - Chiosso ed. 2008).

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3. “Mettere in ordine l’arruffata matassa”

Nel 1871 i testi scolastici a disposizione degli insegnanti erano oltre duemila, dieci anni più tardi erano già quasi il doppio tanto da far parlare di “tropicale ricchezza della flora libraria” (L’espressione si trova in una relazione compilata nel 1883 da Anton Giulio Barrili a nome di una delle tante commissioni sopra i libri di testo ed è citata da M. Raicich (1996: 49). I dati relativi al 1871 si ricavano dalla Bibliografia scolastica 1871) e quelli riguardanti il 1881 si trovano nella relazione del prof. Luigi Gabriele Pessina predisposta per la stima delle spese necessarie per i lavori dell’ennesima commissione ministeriale in materia: presso il Ministero giacevano in attesa di essere visionati ben 3922 opere di cui 342 riguardavano i licei, 814 i ginnasi, 1048 le scuole tecniche, 415 le scuole normali e 1303 le scuole elementari e popolari).

Quando nel 1883 l’iniziativa del catalogo scolastico collettivo promosso dall’Associazione Tipografico-Libraria Italiana assunse caratteri di una certa regolarità, essa occupava 153 pagine, che salirono a 197 nel 1888, primo anno in cui l’iniziativa apparve come supplemento del Giornale della libreria, per raggiungere le quasi 300 pagine nel 1889 e ampiamente superarle nel 1890. Sul finire del secolo un’ennesima commissione nominata dal ministro Baccelli ed incaricata di portare un po’ d’ordine nel mondo dell’editoria per la scuola si trovò di fronte ad oltre cinquemila volumi in attesa di ottenere il prescritto parere.
Tanta abbondanza era motivo di ricorrenti preoccupazioni ministeriali che denunciavano speculazioni editoriali, rapporti non sempre trasparenti tra gli ispettori e il mercato scolastico, la moltiplicazione di libri non strettamente necessari. Nel 1890 il ministro della Pubblica Istruzione Paolo Boselli di fronte a una situazione definita di “vera anarchia”, auspicava che si potesse “mettere in ordine l’arruffata matassa” (Camera dei Deputati 1890: 56-58).
Se confrontato con la crescente espansione dell’editoria in genere l’aumento del numero dei testi classificati “scolastici” non fu tuttavia così esagerato come sembrava ai protagonisti della vita scolastica del tempo, occupando una quota media che, per tutto il secondo Ottocento e fino alla riforma del 1923, oscillò tra l’8,5% e il 10% della produzione totale. Se oltre ai testi scolastici si considerano anche i libri di buone letture, narrativa e di divulgazione scientifica rivolti al pubblico infantile e giovanile che spesso integravano nei cataloghi il genere scolastico la quota sale intorno al 13-15% (Mi avvalgo per questi dati delle tabelle pubblicate in Ragone 1999: passim).

Oltre all’incremento quantitativo si verificò anche il miglioramento sul piano didattico. I programmi per la scuola elementare del 1888, in particolare, introducendo nuove pratiche scolastiche promossero una nuova generazione testi, con autori destinati a restare a lungo sulla scena, almeno fino ai primi anni del nuovo secolo. Nelle scuole secondarie la circolazione della cultura filologica e scientifica d’importazione tedesca e francese immise sul mercato una notevole quantità di testi anche stranieri (per tutti valga l’esempio della grammatica del Curtius) e favorì il rinnovamento di quelli italiani.
Fu in stretto rapporto con questi cambiamenti che si affermarono a Milano alcune importanti iniziative che portarono presto il capoluogo lombardo a quel ruolo di primo piano che la sua tradizione e la qualità di altre esperienze editoriali reclamavano.
Proprio a Milano, del resto, nel primo decennio post unitario si era registrato l’aumento più consistente della produzione tipograficoeditoriale del paese. Nel 1873 erano in funzione 70 tipografie con circa 1600 addetti. Ma soltanto a partire dagli anni ’80 la presenza nel campo pedagogico e scolastico delle case editrici milanesi si manifestò in tutta la sua potenzialità. Alle imprese già attive nel settore (Agnelli, Carrara, Guigoni, Maisner, Messaggi, Pagnoni, Valentiner e Mues, Pirola) si aggiunsero altre iniziative più specializzate come la casa editrice del “Risveglio educativo”, Trevisini e Vallardi e più tardi anche Albrighi e Segati.
Attenzione per lo scolastico ebbero anche Cogliati, Hoepli, Treves, Sonzogno anche se gli interessi scolastici di questi ultimi furono secondari rispetto alle strategie editoriali complessive.
Se le imprese editoriali torinesi e quelle fiorentine potevano contare su cataloghi collaudati ed elaborati – in specie quelli torinesi – a stretto contatto con gli ambienti del Ministero dell’Istruzione, fino ad indurre qualche sospetto, fu tuttavia a Milano che prese fisionomia quella che possiamo ora definire, con il senno di poi, l’antefatto della moderna editoria scolastica.
Milano non era certo digiuna di tipografie e librai che già prima dell’Unità si erano occupati di testi per la scuola, nonostante le prerogative riservate in questa materia all’Imperiale Regia Stamperia. Il monopolio governativo non riusciva infatti a coprire tutto il mercato scolastico e dell’editoria educativa e al di fuori dei testi ufficiali si moltiplicò la produzione di libri sussidiari e di testi a vario titolo collegati all’educazione e all’istruzione dei fanciulli. L’esempio più illustre è quello della Crestomazia commissionata al Leopardi da Anton Fortunato Stella che sapeva di poter contare su un sicuro mercato a fianco di quello previsto dai regolamenti scolastici. E analogo discorso si può fare per i libri compilati da Cesare Cantù, da Luigi Alessandro Parravicini e da Giuseppe Taverna destinati a così larga fortuna (Berengo 1980: 196-197).
Il salto di qualità, per così dire, non si verificò tuttavia a partire da uno o più editori in particolare, nonostante che alcuni di essi, come abbiamo sopra accennato, avessero una certa consuetudine in tal senso, ma fu promosso e sostenuto dall’attivismo e dall’intraprendenza degli ambienti magistrali di quegli anni. Bisogna infatti far riferimento alla rivista per maestri Il risveglio educativo avviata nel 1884 da un gruppo di giovani insegnanti raccolti intorno a Guido Antonio Marcati per cogliere una linea di sviluppo molto interessante. Il periodico milanese non solo rappresentò una delle voci scolastiche più autorevoli del tempo, ma costituì il perno di un’intensa attività editoriale che prese nome dal giornale stesso.
La rivista fu infatti affiancata da svariate altre pubblicazioni tutte destinate al mondo della scuola e da un catalogo interamente pedagogico e scolastico con libri di testo, manuali per i maestri ed i direttori didattici, volumetti di narrativa, divulgazione, guide per la ginnastica (Altri periodici collegati con Il risveglio educativo furono il celebre giornaletto di letture per bambini Frugolino, fogli legati agli interessi femminili delle maestre - Vita intima, L’emporio della ricamatrice - , Il lavoro manuale, rivolto ai maestri per l’esercizio delle attività didattiche pratiche. Nel 1897 le edizioni del Risveglio si aprirono anche ai problemi della scuola secondaria con una rivista diretta da Ottone Brentari. Sull’intera vicenda del giornale milanese v. S. Chillé, “Editoria e scuola a Milano. Il caso del Risveglio educativo”, in Chiosso ed. 1993: 51-66).

 

Non si trattava certo del primo e unico esempio di sinergie tra riviste magistrali e libri di testo (iniziative in tal senso erano state già avviate, ad esempio, a Torino da Paravia con il giornale L’istitutore) [(Promosso da Domenico Berti, L’istitutore vide la luce nel 1852 presso Paravia, poi rilevato dalla Tipografia Scolastica di Sebastiano Franco e infine nuovamente edito (metà anni ’60) da Paravia che ne curò le pubblicazioni fino alla chiusura (1894) quando fu assorbito da un altro periodico per maestri, L’osservatore scolastico (v. nota 15). Alcune tra le più ricorrenti firme del periodico (come, ad esempio, Giovanni Lanza – omonimo, ma non parente – del ministro dell’Istruzione ed Eugenio Comba) furono anche apprezzati autori di testi paraviani)], ma la vicenda del Risveglio oltrepassò le caratteristiche tutto sommato ancora abbastanza artigianali delle precedenti iniziative e si manifestò con un respiro davvero imprenditoriale.
In quegli stessi anni Antonio Vallardi e Trevisini entrarono, a loro volta, a pieno titolo tra i maggiori editori scolastici italiani, giocando proprio la carta del moderno giornale didattico, concepito in stretto rapporto con i libri di testo, le collane di letture ricreative, i manuali di pedagogia e didattica e i sussidi didattici che cominciavano a entrare anche nelle aule italiane.
Il Vallardi, editore già affermato nel settore dei libri e del materiale didattico come dimostrano i sontuosi cataloghi apparsi negli anni precedenti sul Giornale della libreria, per rafforzare la sua presenza nel mercato dello scolastico, diede vita nel 1897 al Corriere delle maestre, affidato a Guido Fabiani, che era stato uno dei più stretti collaboratori del Marcati.

Anziché rivolgersi ad un pubblico generalizzato, il Vallardi preferì dedicarsi al mondo femminile, intuendone le potenzialità di mercato: il numero delle maestre in servizio sovrastava ormai ampiamente quello dei colleghi uomini. Il sodalizio tra l’editore milanese e il Fabiani durò per circa un quarantennio, con un’intensa e fruttuosa collaborazione che si estese dai libri di testo alle collane di letture e di divulgazione e consentì all’editore milanese di assumere, nei decenni successivi, un ruolo di primaria importanza nel settore della scuola elementare e della letteratura infantile, settore nel quale lo stesso Fabiani diede prove non mediocri.

Poco dopo, nel 1898, anche il Trevisini aprì una rivista per i maestri, Il pensiero dei maestri (nel 1902 mutò in titolo in La scuola), con progetti analoghi a quelli del Vallardi. Da tempo attivo nel commercio librario, negli anni ’80 il Trevisini era entrato in forze nel mercato dello scolastico e delle collane per l’infanzia, dimostrando notevoli capacità e una certa spregiudicatezza, sottraendo, per esempio, Ida Baccini, già affermata scrittrice, ad altri editori. Il fiore all’occhiello del Trevisini era la collana “Nuova biblioteca educativa e istruttiva per le scuole” che ambiva a pubblicare un volume al mese e che ebbe il merito, tra l’altro, di tradurre per la prima volta in italiano alcuni importanti “classici” della pedagogia.

Queste esperienze milanesi rappresentavano un salto di qualità che non riguardava soltanto una diversa prospettiva culturale rispetto ai più schematici confini del moderatismo spiritualistico piemontese e toscano, ma documentavano un approccio al libro per la scuola più moderno, segnato da cospicui investimenti di capitale, dal reclutamento degli autori più noti e dalla sinergia giornale didattico, libro scolastico e letture per l’infanzia. Nel rivolgersi al pubblico dei maestri e delle maestre Vallardi e Trevisini riproducevano la strategia dei sistemi integrati di giornali e collane letterarie sperimentato e collaudato da importanti editori milanesi come Sonzogno e Treves (Su questo argomento v. anche il saggio di A. Gigli Marchetti in Turi ed. 1997).
Se Milano sul finire dell’Ottocento divenne, dunque, un fondamentale punto di riferimento anche nel campo dell’editoria per la scuola, non bisogna pensare che Torino e Firenze stessero a guardare.

 

A Torino mentre tramontavano le pionieristiche iniziative individuali avviate nell’immediato post Unità. Le più celebri e durature furono quelle dei fratelli Parato e dei maestri Giovanni Borgogno e Carlo Pozzi (a partire dagli anni ’60 i fratelli, Antonino, Giovanni e Giuseppe Parato diedero vita in proprio a una grande quantità di testi da soli e con altri collaboratori - celebre fu, in particolare, la serie delle grammatiche di Parato e Mottura - e animarono la rivista magistrale La guida del maestro elementare italiano che con tremila copie settimanali rappresentava il periodico magistrale più diffuso in quegli anni - v. Chiosso ed. 1992: 15 e, più ampiamente, la scheda contenuta in Chiosso ed. 1997: 347-349). Strategie analoghe praticò anche un altro maestro torinese, Giovanni Borgogno, anch’egli direttore di un giornale didattico settimanale, L’osservatore scolastico, attraverso il quale presentava esercizi e lezioni coerenti con i suoi manuali di lingua e di aritmetica (ibid.: 472-474). Caratteri di maggiore imprenditorialità, pur sempre inquadrati entro un orizzonte familiare, manifestò Carlo Pozzi che nel 1870 avviò le pubblicazioni dell’Unione dei maestri elementari d’Italia e, qualche anno più tardi, fondò intorno al periodico la casa editrice Edizioni dell’Unione dei maestri con un catalogo interamente scolastico e didattico (ibid.: 705-707).

Si rafforzarono alcune imprese che, per quanto ancora gestite in forma familiare (come nel caso di Paravia, Petrini, Loescher, Grato Scioldo e altri di minor peso), dimostravano una capacità produttiva e innovativa invidiabile (Chiosso 1997: 85-116).
L’eclettismo culturale senza preconcetti di Paravia – che faceva convivere nel suo catalogo spiritualisti e positivisti, aportiani e fröbeliani, cattolici e laicisti conclamati – e la ricerca di soluzioni tipografiche d’avanguardia lo testimoniano in modo convincente. Nel 1869 l’autorevole giornale magistrale torinese La guida del maestro elementare italiano definiva il catalogo paraviano come “il più compiuto di quanti ci vennero sott’occhio”.

L’elogio non era dovuto soltanto a ragioni campanilistiche, ma si basava sulla constatazione che i testi di Paravia godevano, in specie nella scuola elementare, di ampio credito. Dopo una lunga e fortunata stagione segnata da autori soprattutto piemontesi, con gli anni ’80 l’editore subalpino ampliò la scuderia dei suoi collaboratori attingendo a varie tradizioni scolastiche e pedagogiche. Paravia pubblicò nuovi giornali scolastici (ma non più a Torino, bensì a Roma con Il nuovo educatore e L’educazione dei bambini e a Napoli con La gazzetta scolastica) e si affidò per le sue collane educative ad alcune delle più note personalità del mondo scolastico di quegli anni: il milanese Pasquale Fornari, i romani Giacomo Veniali, Siro Corti e Alessandro Avòli, i napoletani Pietro Faudella e Alfredo Firrao, il siciliano Emanuele Latino-De Natali (ibid.:
111-116 e Targhetta 2007: 3-10).

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